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IL PROBLEMA DELLE PERIFERIE

Si sta parlando molto in questi ultimi tempi delle periferie, come se questo tema fosse diventato improvvisamente centrale in ogni considerazione non solo sociale ma anche architettonica e culturale. Come se, stanchi di stanze di bottoni irraggiungibili, si inseguisse una qualche rivalsa nell’indirizzare l’obbiettivo su tutto quanto sta ai margini della società fisica, le città, e quella delle aspettative di vita dei suoi abitanti. Se ne discute tanto, soprattutto da parte di politici ricchi di promesse e poveri di temi solidi e convincenti. Così le periferie, in questo caso quelle urbane, diventano il tormentone di ogni riflessione “colta” degli addetti ai lavori. Eppure la  questione, e parliamo dell’Italia che è occasione più facile e anche fortunata, è di una semplicità disarmante.
Al netto dei mostri edilizi che una ideologia perversa ha voluto rendere agglomerati disperati per la loro bruttezza, quali risultati compiaciuti per livellare e ferire qualsiasi crescita individuale di decoro e bellezza, al netto dei servizi essenziali quali strade, illuminazione e linee di trasporto a carico delle istituzioni pubbliche o dei privati costruttori, il tutto ha poche semplici risposte: pulizia personale, senso dell’educazione civica, rispetto per le cose di tutti.
Questo un tempo era appannaggio dei ceti borghesi che hanno consegnato ai centri urbani armonia e gradevolezza o dei contadini che con il loro duro lavoro hanno preservato l’intrinseca bellezza della natura  mentre nelle città sempre più grandi i corpi sociali più arretrati e sfortunati riempivano come termitai i luoghi fatiscenti della precarietà e dell’abbandono. Invece che un percorso verso l’alto, inteso come insieme delle qualità di cui sopra,  si è assistito all’esatto contrario.
Tranne la felice pausa del deprecato ventennio dove l’edilizia sociale, che ha contato le più belle teste professionali del periodo, dava un senso all’inurbazione e al risanamento abitativo degli italiani, il dopoguerra è stato un arretramento punitivo e lacerante.
Sarà forse retorica passatista ma al maestro con la bacchetta sulle dita si è sostituito lo sfregio della trasgressione, al sentimento di appartenenza comunitario e nazionale si è sostituito l’individualismo malavitoso. In questo deserto si preferisce chiudere di reti e cartoni il proprio orticello e non curare l’erba di un passaggio o un giardino pubblico o solo condominiale.
Il paradosso è che il malcostume incomincia ad intaccare anche quello che doveva essere preservato grazie ad ignoranza di amministratori e lassismo civico generalizzato. Cura e manutenzioni zero, vandalismo e menefreghismo tanto. Reagire certo si può, basta che i problemi invece di essere gonfiati dai grandi polveroni mediatici ritornino alla banale realtà: straccio per le pulizie, vernice per la ruggine, forbici per l’erba e tanti bei contenitori per le immondizie.
N.B. Chi esce dall’Aeroporto di Linate, la porta Vip di Milano, sa di che parliamo e non è una grande consolazione constatare che in piazza Castello non è molto diverso. Chi percorre un pezzo del vialone dell’Idroscalo almeno fino al semaforo di Novegro e vede qualche adetto del Parco Esposizioni, extra moenia, intento a pulire e tagliare l’erba può capire che a una goccia preziosa se ne può aggiungere un’altra …..e così via. Basterebbe solo questo a cambiare tutta la storia !

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